Lavoro minorile, problemi da adulti: gli effetti psicologici

I minori che lavorano non crescono come gli altri: gli vengono sottratti tempi di crescita, relazioni e la stessa percezione di sé, con gravi ripercussioni sulla vita da adulti. Ne abbiamo parlato con Francesco De Caro e Anna Maria Ajello, docenti di Medicina del lavoro e Psicologia dello sviluppo

Effetti psicologici del lavoro minorile: un ragazzo di spalle sfiora delle sbarre

Ansia, depressione, aggressività, bassa considerazione di sé, isolamento. Sono alcuni degli effetti psicologici ai quali sono sottoposti i minori che entrano molto presto nel mondo del lavoro. Perché lavorare precocemente ruba davvero l’infanzia: sottrae tempo allo studio, ma anche al gioco – così importante nella costruzione dell’identità personale – e alle relazioni tra pari, oltre ad alterare il modo in cui il minore si rapporta al mondo circostante e agli adulti. Ed elimina la gradualità che, nella crescita dell’individuo, è la strada per uno sviluppo equilibrato.

Questi giovani, adolescenti ma troppo spesso anche bambini, costretti a diventare grandi a una velocità innaturale, vedono messo a rischio il loro diritto a ricevere un’istruzione adeguata e a crescere in un ambiente che tuteli il loro sviluppo e il loro benessere psicosociale. Con conseguenze che li accompagneranno per tutta la vita.

I fattori di rischio per i minori che entrano nel mondo del lavoro

Sono diversi i fattori che delineano il rischio psicosociale legato al lavoro minorile. Innanzitutto l’età di ingresso nel mondo del lavoro: più è precoce, più la dimensione lavorativa risulta incongruente e inadeguata alle caratteristiche psicofisiche dei ragazzi, creando uno squilibrio nella crescita dell’individuo.

“Oltre all’età, bisogna considerare il tipo di lavoro svolto, perché confrontarsi con mansioni e responsabilità non commisurate alla propria età influisce in modo negativo sulla qualità della vita, ma anche sulla mancata conciliazione con lo studio, che spinge ad abbandonare la scuola, con conseguente impoverimento personale e educativo”. A spiegarlo è Francesco De Caro, docente di Medicina del lavoro e Responsabile del laboratorio di Sanità pubblica per l’analisi dei bisogni di salute delle comunità dell’Università di Salerno, e autore, insieme alle psicologhe Francesca Malatesta e Nadia Pecoraro, del report Lavoro Minorile, Valutazioni psicosociali, elaborato per l’Osservatorio per la prevenzione dei danni alla salute da lavoro minorile istituito nel 2022 dall’UNICEF.

Continua De Caro: “Anche svolgere lavori che tolgono la possibilità di sviluppare relazioni all’interno e all’esterno dell’ambiente lavorativo influisce in peggio sullo sviluppo dei ragazzi, perché li espone a isolamento, così come dover svolgere mansioni che non tengano conto delle proprie attitudini può generare un forte senso di inadeguatezza che segna nel profondo la psiche dei giovani. Si tratta di un’area di fragilità, quella psicologica dei giovani, del tutto ignorata dalla normativa in materia di tutela della salute sui luoghi di lavoro, ma che è necessario portare all’attenzione di tutti, soprattutto degli enti preposti alla salute dei lavoratori. Ed è questo lo scopo dell’Osservatorio e del nostro lavoro di analisi”.

Lavoratori minorenni: minore l’età, maggiori i rischi

Dunque, per inquadrare le ripercussioni psicologiche del lavoro minorile, è necessario distinguere le varie situazioni.

“Da una parte – spiega Anna Maria Ajello, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università la Sapienza di Roma e già presidente INVALSI – vi sono le situazioni di famiglie fortemente disagiate dal punto di vista economico e sociale, in cui i figli vengono reclutati in età molto precoce dai genitori per fare lavori di manovalanza poco qualificati; dall’altra ci sono le realtà nelle quali la scelta di andare a lavorare consegue all’abbandono della scuola. In questi casi, che coinvolgono in genere adolescenti, di solito non siamo davanti a famiglie particolarmente disagiate, quanto piuttosto a un allontanamento volontario da una scuola che non presenta attrattive.”

Fasce d’età diverse corrispondono quindi a motivazioni differenti, e a conseguenze diverse sull’equilibrio psicofisico dei minorenni lavoratori. Sui più piccoli i rischi aumentano in modo esponenziale, perché i bambini non hanno competenze né cognitive, né emotive, né fisiche adeguate alla dimensione lavorativa, e i danni sono importanti: autosvalutazione, ansia, depressione sono il risultato di dover affrontare compiti troppo sfidanti rispetto agli strumenti di cui si dispone.

“Laddove i bambini sono piccoli e lavorano per contribuire al sostentamento della famiglia – continua Anna Maria Ajello – si induce uno squilibrio pericoloso, perché sono avviati a una ‘modalità adulta’ che non compete al loro sviluppo. Per non parlare del fatto che in tali contesti hanno come unico modello di riferimento persone adulte, e il loro percorso di crescita viene quindi privato della relazione con i loro pari.”

Questo è un impoverimento che ha di certo conseguenze negative sulla costruzione dell’identità dell’individuo. In una situazione normale, i modelli dovrebbero essere interiorizzati, acquisiti e poi, nell’adolescenza, rimessi in discussione. Se il modello è unico tutto questo viene alterato, soprattutto nella fase della contestazione, che è proprio quella nella quale, per differenziazione, si definisce l’identità personale.

“Questi giovanissimi magari guardano i loro coetanei come bambini, mentre loro si sentono già adulti perché fanno cose da grandi, ma proprio questo fare cose da grandi e questa disfunzione relazionale con i pari non li aiuta a crescere, perché nella preadolescenza, ma anche nell’adolescenza, i rapporti fra coetanei sono fondamentali. L’‘adultizzazione’ priva i giovanissimi di quella gradualità della crescita indispensabile per la formazione dell’identità, e determina un isolamento del bambino che impatta in negativo sul suo sviluppo.”

Le conseguenze a lungo termine del lavoro dei bambini: insicurezza e repressione

Come deve sentirsi un bambino caricato di responsabilità per le quali non può essere pronto, privato della possibilità di giocare e frequentare i suoi coetanei perché isolato, perché non ha tempo o perché è troppo stanco? Difficile per noi immaginarlo, ma difficile anche per loro capirlo, dare un nome a quello che hanno dentro. Perché ai bambini lavoratori non viene tolta solo l’infanzia, vengono tolte anche le emozioni.

Crescere, imparare a conoscersi nel rapporto equilibrato con i coetanei e il mondo dei grandi, significa anche sperimentare in libertà la propria parte emotiva. Un bambino cui viene imposto di essere adulto, invece, non solo svilupperà una distorta percezione di sé, ma imparerà a inibire le proprie emozioni, a non ascoltarle nella migliore delle ipotesi, e nella peggiore a considerarle sbagliate. Sono modalità che si imparano da piccoli, ma che ci si porta dietro per tutta la vita. E un ragazzino che si sente in colpa per ciò che prova, che crede di dover nascondere i propri sentimenti perché non rispondono a ciò che ci si aspetta da lui, diventerà un adulto insicuro e represso, col rischio di sviluppare pericolose forme di aggressività.

Se poi l’esperienza lavorativa dell’infanzia è particolarmente dura, cristallizzerà questa durezza nei comportamenti nell’intero arco della sua vita.

Il lavoro degli adolescenti e la piaga dell’abbandono scolastico

Per gli adolescenti il discorso tocca corde diverse. La responsabilizzazione rispetto a un lavoro che ottiene riconoscimento e apprezzamento, il fatto di sentirsi grandi, prendere consapevolezza delle proprie capacità, rappresentano passaggi fondamentali per la costruzione e il consolidamento della propria identità in questa fase della vita. Tutto ciò a condizione di vedere riconosciute le proprie competenze e le proprie attitudini.

Se questo non avviene il lavoro diventa, anche nell’adolescenza, un elemento traumatico nella costruzione di sé, anche rispetto alle scelte future, perché fa sentire incapaci e incompetenti, generando una svalutazione personale che può sfociare con facilità in ansia e anche depressione. Soprattutto se, come avviene nella maggior parte dei casi, si svolgono lavori poco qualificanti e senza prospettive di miglioramento.

Il problema, come ci hanno spiegato tutti gli esperti che abbiamo interpellato, è che questi ragazzi, che di solito scelgono di abbandonare una scuola che considerano poco attrattiva, non fanno lavori molto impegnativi, svolgono mansioni esecutive e non crescono come competenze. A sparire dall’orizzonte di vita degli adolescenti che scelgono di lavorare piuttosto che studiare sono la capacità e la possibilità di progettare un futuro soddisfacente. Una prospettiva che potrebbe essere capovolta se la scuola sapesse ripensare se stessa, intercettando e rispondendo meglio alle esigenze e alle aspettative di crescita dei giovanissimi. E se tutta la società, a partire dalla politica, rimettesse al centro del proprio interesse i ragazzi e l’istruzione. Se rimettesse al centro, in una parola, il futuro.

 

 

 

Photo credits: Wendy Elliott

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